Ci vuole l’occhio lungo per influenzare il mondo e lasciare il segno

Ci vuole l’occhio lungo per influenzare il mondo e lasciare il segno

Gli occhi di Chiara Ferragni, uno aperto e uno chiuso, sono arrivati anche nella mia piccola città di provincia. Le vetrine dei negozi in centro con il suo logo su maglie, pantaloni, giacche, zaini e marsupi, in breve tempo sono diventate due: una con capi per adulti e una per bambini.

Tutto costa non uno, ma due occhi della testa, entrambi aperti però. Niente a che vedere (stiamo parlando di occhi d’altra parte) con i prezzi dei brand del lusso che indossa lei con estrema disinvoltura, che sia della collezione haute couture o di quella per stare sdraiata sul divano, ma di certo non sono proprio economici.

Io non riuscirei a portare questi capi, indipendentemente dal prezzo, perché non amo gli occhi addosso. Non li porterei anche perché a me quell’immagine fa venire in mente Marina Massironi, quando negli anni Novanta con Aldo, Giovanni e Giacomo, facevano le scenette dei bulgari a Mai dire Gol, e lei, con un occhio aperto e l’altro chiuso appunto, commentava le loro esibizioni del circo con un laconico ‘rabbrividiamo’.

Neppure il biglietto per il documentario sulla sua vita ‘Chiara Ferragni Unposted‘, proiettato nei cinema solo per tre giorni a settembre, era economico. Ma l’hanno comprato in tantissimi, oltre 52mila persone solo il primo giorno. Tra queste, io. 

Ho scelto di investire quegli euro per un’ora e 35 minuti per cercare di vedere meglio che sullo schermo dello smartphone questo fenomeno. Perché di fenomeno si tratta e non è di certo ‘da baraccone’, anzi. Una donna che ha un seguito e un fatturato come il suo è da studiare, non da disprezzare e minimizzare come ‘il vuoto cosmico che avanza’.

L’illuminazione del grande schermo

Dunque, la sala è piena di ragazze sui 20/30 anni, c’è qualche accompagnatore maschio (di sicuro obbligato) e qualche mamma con la figlia adolescente. Poi io e la mia amica, di 40 e qualcosa anni, ad alzare la media. Ma siamo giovani dentro, quindi ci sentiamo a nostro agio, anche se siamo più in target per l’Oil of Olaz pubblicizzato da Anna Valle.

Le immagini scorrono, così come il tempo. Trascorso piacevolmente direi.
Il documentario mi ha infatti stupito. Intanto è fatto bene, ben strutturato, curato in ogni dettaglio, dalla musica alle riprese al montaggio. E poi l’ho trovato gentile, educato e serio. Si possono usare questi aggettivi per descrivere un prodotto cinematografico? Io li uso perché secondo me questo è il modo con cui lei si propone e con cui è stata raccontata la sua storia, quella che dura da qualche anno e non 14 secondi per volta come su instagram.

Se posso scegliere gli ambiti (e non gli abiti…) che mi hanno influenzata allora ne indico due. La sua idea di come fare impresa oggi e la scelta di come approcciarsi alla vita. Entrambi con una visione lungimirante e grande consapevolezza.

Il suo modello imprenditoriale è più reale di quanto sembri. Non c’è improvvisazione, ma metodo, studio, preparazione, dedizione e serietà.
Il suo approccio mentale, poi, potrebbe essere d’ispirazione a molti: ognuno ha dei talenti che deve solo scoprire, degli obiettivi da definire, del coraggio e della tenacia per trasformare le idee in azioni. In ogni campo, in ogni luogo, in ogni momento della propria vita. Con i modi e le strategie che si sentono più vicini al proprio essere. Mettendosi in discussione, ma non sottovalutandosi mai.

Oh Chiara, ma lo sai che mi hai convinto? No, non strizzarmi l’occhio. Il maglione però non lo compro. Con quei soldi faccio l’abbonamento a teatro.

Foto by lasabrimaio

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