Ci sono pensieri felici che spuntano all’improvviso. Sì, ci sono, a volte per fortuna e a volte per necessità. Nel mio caso sono spesso persone, sorrisi, sguardi, gesti, movimenti di mani.
Sono quelli che arrivano mentre i neuroni sono impegnati in una affollata riunione plenaria, dove tutti insieme cercano di produrre qualcosa di intelligente e sensato. Solo che basta un solo neurone, uno solo, che si distrae un nanosecondo per guardare se sta piovendo o se è uscito il sole, che tutti lo seguono.
Mentre sei lì, bella beata che guardi fuori ma tanto non vedi nemmeno se piove o c’è il sole, ecco che trilla una sveglia, silenziosa perché immaginaria, che cerca di riportarti al qui e ora. È l’auto notifica sabotatrice che ti avverte che la pausa nell’iperuranio durata 10 secondi deve finire.
E allora torni a terra, con la stessa fatica del mattino quando accendi il cervello e ti chiedi chi sei, che giorno è, cosa devi fare dopo colazione.
Però poi capita che non ti senti più come quella di 10 secondi prima, perché il pensiero felice ha mosso qualcosa.
E ricominci la riunione, quella con te stessa, ma con una ricarica come se avessi mangiato una scatola di pocket coffee. E se ti accorgi che piove indossi l’impermeabile e allarghi le braccia, che va bene così.
(Versione del racconto con i pensieri felici. Gli altri si prendono già troppo spazio ed energie, quindi li lascio inespressi, come i decaffeinati senza zucchero).
