È dalle vacanze di Natale del 1989 che metto le lenti a contatto. Da allora, ogni giorno, indosso dei cerchietti morbidi dentro gli occhi per poter vedere lontano. O anche abbastanza vicino, date le diottrie che mi mancano. Ho passato tantissimo tempo della mia vita a mettere e togliere quei cosini di plastica che circondano l’iride marrone. Gli occhiali? Praticamente solo in casa o quando sono stata costretta da una forte congiuntivite.
So bene cosa vuole dire navigare a vista. Vedere tutto sfuocato. Non distinguere gli oggetti, prendere le misure degli spazi sbattendo anche contro qualcosa perché sembrava più distante.
Io, che riesco a commuovermi, ma non a piangere, lacrimo più per un pulviscolo che entra a tradimento, che per sfogare la rabbia o una delusione.
Quando c’è qualcosa che non mi torna e ho bisogno di vederci chiaro, di notte, sogno che diventano giganti, che sul dito barcollano e negli occhi non entrano perché mi coprono metà viso. Sono il mio incubo e la mia salvezza.
Vedo gli anni che passano. Vedo che a partire da adesso ne mancano due per arrivare agli anni tondi. Vedo chi ero e chi sono diventata. Vedo meno bene le scritte piccole piccole da vicino, ma gli sviluppi della scienza e della tecnologia mi permettono di prendere le giuste misure e riequilibrare senza troppo sforzo i dislivelli.
Vedo ciò che voglio vedere, torno nell’approssimazione dei contorni quando non voglio perché ciò che vedo mi fa paura, mi spaventa, mi stanca, mi fa perdere tempo.
Vedo gli altri, vedo il vuoto, vedo il pieno, vedo anche che è ora dirmi buon compleanno Sabri.
Stiamo vicini, ma sempre lenti e in stretto contatto.
