Come sono cambiate le cose in comune da quando c’è lo smartphone

Come sono cambiate le cose in comune da quando c’è lo smartphone

“Le cose che abbiamo in comune sono 4.850 […] abbiano due gambe due mani due piedi due orecchie ed un solo cervello…”

Stop. Ferma un attimo. Bisogna rifare i conti: la canzone Daniele Silvestri ‘Le cose che abbiamo in comune’ andrebbe aggiornata. Da quel che vedo io oggi, solo le gambe e i piedi restano due. Lo smartphone ha cambiato le cose.

Facciamo due conti

Delle mani solo una è libera e utilizzabile: l’altra è occupata a tenere il telefono cellulare. Sempre. Ovunque. In qualsiasi situazione o circostanza. Mentre si cammina, mentre si è seduti, mentre si mangia, mentre si aspetta, mentre si parla con qualcun altro, mentre si attraversa la strada, mentre si guida. Il più delle volte il braccio è piegato per consentire agli occhi di guardarci dentro, alla bocca per registrare un audio, a un orecchio per sentire un messaggio.

Anche delle due orecchie solo una, quando va bene, è libera. C’è sempre un auricolare a chiudere un timpano. Nemmeno fossimo il servizio di sicurezza di Trump al funerale del Papa, pronti a ricevere la comunicazione che c’è un cecchino e dobbiamo intervenire. Che sia musica, un podcast, un’altra persona che parla, l’attenzione uditiva si sposta lì. Oppure chiude al mondo esterno come fa un tappo.

Su un solo cervello invece non saprei. A volte sembra non essercene nemmeno uno.

Il cervello dovrebbe suggerire che se stai parlando con un’altra persona, di persona, e che quella è a pochi centimetri da te, lo smartphone non esiste più. Rimane nella borsa, in tasca, appoggiato da qualche parte in modo che nessuna notifica ti possa distratte dalla conversazione.

E invece no. Ovunque ci siano due o più persone insieme, sedute allo stesso tavolo del bar, sulla stessa panchina al parco, nella stessa sala d’attesa (il luogo e il tempo non contano) gli occhi di tutti sono dentro il proprio oggetto, tenuto tra le proprie mani, mentre le proprie dita scrollano, e il proprio cervello entra lì, escludendo quello degli altri e il mondo reale in cui si trovano in quel momento.

Ecco di cosa (non) siamo (più) capaci

Non siamo più capaci a stare da soli: né soli con noi stessi, né soli con gli altri.
Non ci guardiamo più intorno: né davanti, né di lato, né in alto, né in basso.
Non ascoltiamo più i suoni: né i rumori, né le voci, né il silenzio.
Non prestiamo più attenzione: né agli altri, né al mondo.

Anche se noi siamo fuori, resta tutto dentro. Compresa la voglia, almeno la mia, di stare a parlare con qualcuno per ore senza distrazioni e scoprire che “le cose che abbiamo in comune sono 4850, le conto da sempre, da quando mi hai detto “ma dai, pure tu sei degli anni ’60?”, abbiamo due braccia, due mani, due gambe, due piedi, due orecchie ed un solo cervello, soltanto lo sguardo non è proprio uguale perché il mio è normale, ma il tuo è troppo bello”.

Condividi