Il balcone no, non l’avevo considerato. Quei quasi cinque metri quadrati segnati sull’atto notarile che un po’ di anni fa mi ha reso proprietaria di casa in città, li ho sempre vissuti come marginali. Quando sentivo la necessità di spazio all’aperto e di verde bastava salire in auto, fare circa 25 chilometri, e oplà, esigenza soddisfatta. Praticamente un parco privato a disposizione.
A cosa mi serviva quindi quel quadratino di spazio esterno? Per stendere fuori il bucato quando il meteo e la temperatura lo permettevano e per sbattere i tappeti prima che comprassi il dyson. E’ sempre stato spoglio: i tentativi di tenere fiori e piante sono falliti velocemente, a causa del mio pollice verde sbiadito, quindi niente vegetazione. Tavolino e sedia sono sempre stati inutili, perché qui anche solo sedersi fuori è impensabile: in primavera per le cimici, in estate per le zanzare. Se poi accendo il climatizzatore, questo spazio diventa per ore una piscina d’aria bollente, dato che lì c’è piazzato il motore, ed essendo la ringhiera tutta muro si forma un vortice caldo all’interno.
Ma ora che né il contachilometri dell’auto, né il contapassi del cellulare possono andare avanti, che si fa per stare un po’ fuori? Si venera e si ringrazia il balcone.
Cose da balcone nei giorni del #iorestoacasa
In questo periodo c’è chi lo usa per fare flash mob, cantare o applaudire in base all’orario stabilito dal passaparola sui social. O per appendere i cartelloni con gli arcobaleni.
Io non ho una stampante in 3D quindi non riuscirei a competere con certe opere d’arte viste in rete, quindi non ho appeso nulla. Di fronte non ho un palazzo, sul lato destro c’è il balcone del mio vicino (quello che mi ha portato la torta) ma che adesso non esce, su quello sinistro vedo alcuni balconi di un altro condominio, ma che è parecchio distante dal mio. Qui nemmeno ci si vede da lontano per un saluto (sincero o di circostanza) perché ognuno sta nel suo brodo, figuriamoci i flash mob.
Da qui, oltre che dalle finestre, posso però vedere quei pochi che passano per la strada (anche se però già normalmente è poco frequentata), cosa fa e come.
E in questi giorni ho visto…
– cani miracolati: quelli che fino a poco tempo fa uscivano solo in braccio, nella borsa o spinti sul passeggino dal proprietario, che hanno riacquistato l’uso delle zampe e possono camminare appoggiandole direttamente sul suolo del marciapiede;
– persone che tengono in una mano, piegata, la borsa di tessuto con il marchio di catene di supermercato. E che poco dopo tornano con ancora in mano la borsa vuota, ancora piegata;
– un paio di runner abbigliati stile anni Ottanta con andatura lenta e non quelli che invece vedo di solito;
– un papà con i suoi due bambini che girano in tondo in bicicletta nello spazio del condominio, dal passo carraio al vialetto pedonale, distanziati come se avessero preso i tempi di partenza per non stare vicini;
– un ragazzo giovane che passeggia parlando al cellulare con gli auricolari e con un megafono invece che vicino al microfono. Si sta lamentando del decreto Cura Italia uscito poche ore prima: l’aveva già letto tutto con il suo commercialista ed era disgustato. Ripassa mezz’ora dopo nello stesso punto e con la stessa direzione, sempre parlando al telefono e sempre lamentandosi del governo. Niente sacchetti della spesa o della farmacia, niente cane al guinzaglio. Avrà fatto il giro dell’isolato per motivi inderogabili di lavoro.
Nuove scoperte, nuove abitudini
Il balcone è l’unico spazio dove, se esco, non rischio il linciaggio di chi urla dai social ‘resta a casa’ (virgola, appellativo a scelta).
La vita da balcone, però, me la sto inventando, perché non ne ho mai avuta una prima d’ora.
Ecco quindi la prima uscita alle sette e mezza del mattino, in pigiama, felpa, capelli arruffati, occhiali da vista. Mi affaccio sul lato lungo del parapetto, guardo il giorno che comincia, ascolto il cinguettio dei volatili sulle piante di fronte. Mai avuto il tempo o la voglia di farlo prima.
Poi dopo pranzo esco con la tazzina in mano e mi bevo il caffè fuori. Non è come stare al bar, ma il parapetto dà l’illusione di essere davanti al bancone.
Al pomeriggio, se fa bello e il pc e il cellulare sono carichi, mi metto il piumino, mi siedo e lavoro, oppure mi perdo nei pensieri guardando il cielo.
Un’altra uscita sicura è più o meno dalle 17 fino al tramonto. Mi affaccio sul lato corto perché da quell’ora in questo periodo dell’anno, c’è il sole di fronte che illumina come l’occhio di bue in teatro. Mi affaccio e guardo giù, come il Papa la domenica mattina a mezzogiorno per l’Angelus da piazza San Pietro. Non dò la benedizione, ma se andrà avanti così ancora per molto comincerò ad attrezzarmi almeno per dire il rosario.
La sera, dopo aver smesso i panni del Papa, mi trasformo in un concorrente del Grande Fratello. Prima di abbassare la tapparella della portafinestra esco avvolta nel plaid, come fanno loro quando vanno in giardino in canottiera ed è gennaio, e mi siedo fuori ancora una volta.
C’è silenzio assoluto, c’è aria. Il respiro e i pensieri rallentano. O almeno ci provo a farli rallentare e a scacciare i momenti giù che inevitabilmente ogni tanto arrivano.
Rientro in casa e penso che domani è un altro giorno, che mi aspetta l’uscita mattutina per iniziarne un altro ancora nella mia casa, ma che, prima o poi, ricomincerò a guardare il tutto da altre prospettive. Basta aspettare. Ohhhhhmmmmmm…
Foto di Engin_Akyurt on Pixabay
