Il tracciamento dei contatti, la privacy e il passaparola (che funziona più di qualsiasi tecnologia)

Il tracciamento dei contatti, la privacy e il passaparola (che funziona più di qualsiasi tecnologia)

Ho scaricato l’App Immuni sul mio smartphone appena è stata disponibile nel negozio virtuale delle applicazioni. Sono passate settimane dall’attivazione e finora ho ricevuto due notifiche con gli aggiornamenti settimanali, in cui vengo avvertita che il mio telefono non ha rilevato potenziali esposizioni. Meno male, è il caso di dire. Di certo aiuta il fatto che in questo periodo non sto in mezzo a tanta gente in continuazione. Il dubbio è che difficilmente funzionerà, visto che l’abbiamo scaricata proprio in pochi.

Teniamoci in contatto, ma non voglio farti sapere i fatti miei

Nel mondo interospiega bene Riccardo Luna in un articolo su Repubblicaquella che fino a due mesi fa veniva sbandierata come la soluzione definitiva per contenere il Coronavirus, oggi è un grande boh“.

A questo sistema di tracciamento, a quanto pare, non viene data fiducia. Eppure, sempre citando lo stesso articolo “in questo contesto il caso italiano è uno straordinario fallimento di successo: il MIT di Boston dal punto di vista della tecnologia e della privacy ci ha dato cinque stelle, assieme ad altri due o tre paesi del mondo, il che per un Paese in fondo a tutte le classifiche di innovazione non è banale“. Ma noi italiani non ci fidiamo del MIT di Boston. E poi, per noi, il diritto alla privacy va difeso sempre e comunque.

Per il tracciamento dei contatti usiamo un’altra app, che non si scarica sul cellulare, ma viene utilizzata abitualmente da tutti e da molto prima di questa pandemia: si chiama ‘passaparola’. E’ un sistema infallibile di tracciamento, che può aggiungere informazioni collaterali a piacimento, funziona sia in tempo reale, ma anche pre e post contatto.

“Sai chi ho visto ieri? Tizio, che era al bar seduto con Caio, che però poi si è alzato per andare a salutare Sempronio. Tra l’altro, ho saputo che la moglie di Sempronio ha avuto problemi di salute e che anche sua sorella adesso non sta bene. Me l’ha detto mio cugino che lavora con suo figlio. Eravamo a cena insieme ieri sera”. A chi non è mai stata riferita una cosa del genere?

La privacy dei numeri primi

Qualsiasi cosa facciamo, digitiamo, ascoltiamo, diciamo, scriviamo o anche solo pensiamo, lascia tracce. Quasi sempre siamo noi stessi ad autorizzare il tracciamento. Ciascuno di noi ha un’ombra che sa tutto.

A me capita di pensare una cosa, prendere il cellulare, scrivere una parola su google per fare una ricerca e il primo suggerimento che esce è proprio quello che pensavo di cercare. Incredibile o no? No. Il cellulare ha un microfono, una gps, memoria, account vari collegati che parlano fra loro sottovoce e sanno tutto di me, anche quello che non dico. Quindi, con Immuni attivato, aggiungerei solo una nuova informazione, che però potrebbe essere utile ad altri.

A proposito di privacy. Il 25 maggio in Italia ha compiuto due anni il GDPR 679/2016, ossia il Regolamento europeo per la protezione dei dati personali. Lì dentro c’è di tutto e di più e, come sempre in questi casi, c’è anche ‘di poco o niente’.

Servono sempre autorizzazioni per far sapere, a chi di turno ce le chiede, informazioni che ci riguardano. A volte, per farlo, utilizzano formule legali che ci mettono in guardia dai rischi cui possiamo imbatterci, se dovessimo mai violare le norme, che possono intimidire anche i più spavaldi.

Si trovano ovunque, sempre più spesso anche in fondo alle e-mail.
Ad esempio “il messaggio è ad uso esclusivo del destinatario (come se il messaggio fosse coperto da segreto di Stato e poi invece è una sorta di newsletter inviata a un database di indirizzi consistente) ed è vietato inoltrarlo ad altri (come se arrivasse da, e fosse per, l’FBI); quindi se l’hai ricevuto per errore cestinalo (ma se me l’hai mandata tu, accertati prima di cliccare su invio…)”.

E, come la maionese e il ketchup sulle patatine fritte (ndr: di ciliegine sulla torta non ne vedo più da un pezzo quindi trovo che la formula linguistica sia superata) i riferimenti alle leggi sulla privacy, che neanche si prendono la briga di modificare da due anni a questa parte, visto che spesso citano ancora la 196/2003.

Immuni da ossessioni e condizionamenti

Ho riservato novanta minuti d’applausi nella mia mente a quell’associazione che nella mail, che mi ha inviato dal suo indirizzo istituzionale, riporta in fondo, scritto in piccolo come le clausole dei contratti:

Disclaimer: questo disclaimer non serve assolutamente a nulla ma è per fare finta che abbiamo delle cose legali molto importanti da dirci: fa parte dell’autoreferenzialità e di quello strano meccanismo per cui perpetriamo cose che non hanno senso ma ‘non si sa mai’ e allora ci adeguiamo. Ecco. Noi no“. E citano quest’articolo del Post.

Loro sì che sono immuni. Dall’ossessione della privacy.

Foto from Pixabay

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