Ho bisogno di candele. Non quelle d’atmosfera da mettere in casa, che nemmeno mi piacciono, o quelle da tenere come regali di Natale d’emergenza. No, ho bisogno di candele perché devo accenderne una a ogni santo contro cui sbatto quasi ogni (santo) giorno.
Ad aiutarmi a spiegare un fenomeno che sempre esistito, ma che ora a me sembra diffondersi in giro come lo smog, è il proverbio Ad ogni santo la sua candela.
Ma cosa vosa vuol dire? La Treccani lo spiega così: “Se si vuole evitare di avere problemi di ogni sorta, bisogna ricordarsi di far festa a chiunque. Anche alle persone più insignificanti”.
Ecco, sto notando che ci sono sempre più santi da riverire perché oggi basta un’autocertificazione per confermare di essere in questo status. Nessuno di loro è stato messo alla prova, o passato al vaglio di qualsivoglia giudice, affinché venga autorizzato ad essere pregato e riverito senza motivo. Sono tutti ‘self-made saint’.
Grazie prego scusi tornerò (cit)
A volte penso sia più facile ottenere una risposta chiara e precisa e in tempi rapidi dal Papa o dal Presidente della Repubblica, piuttosto che dall’ultimo di qualsiasi lista.
Anche se questo ‘santo’ potrebbe rispondere, parlare, o addirittura incontrare, nel giro di poco quella persona che gli/le/ə fa una richiesta (perché non è il Papa o il Presidente della Repubblica), si ferma e aspetta. Fa passare del tempo. Ci mette tutta la calma che serve. Temporeggia. Attende la seconda o terza richiesta. Fa finta di non esserci. Sparisce. Poi, magari, puo dare un cenno di risposta. È così che misura la sua importanza: dal tempo di attesa e dalla costanza del richiedente.
E già qui di candele ne vanno via un po’.
Prego, vadi lei (cit)
Io uso spesso i per favore, per cortesia, ti ringrazio, quando chiedo qualcosa a qualcuno. Anche quando non sarebbero necessari, perché quello che chiedo non è un favore che fa a me personalmente, ma fa parte dei suoi compiti, per cui queste gentilezze sarebbero superflue se non addirittura ridondanti o liscianti. Ma lo faccio perché fa parte del mio modo di esprimermi. E così è, visto che pare a me.
Faccio invece molta più fatica ad usare il ‘prego’. Quel prego inteso come verbo: pregare.
Da definizione del dizionario: “Pregare: chiedere umilmente o con suppliche a qualcuno di concedere qualcosa come prova di condiscendenza o generosità”.
Quindi i ‘La/Ti/Vi prego di rispondermi, di inviarmi, di chiamarmi…” a me disturbano, perché pongono su due livelli diversi il mittente e il destinatario del messaggio (sempre se consideriamo che non siamo e non ci rivolgiamo al Papa o al Presidente della Repubblica). Perché devo supplicarti umilmente e tu devi essere magnanimo se siamo sullo stesso piano?
Facciamo che te lo chiedo gentilmente e tu cortesemente ricambi facendo quello che dovresti, o potresti, fare. Perché, per citare un altro proverbio, Domandare è lecito, rispondere è cortesia.
A proposito di pregare
Sì, ce lo vedo proprio l’operatore del call center che si inginocchia, avvicina le mani e guarda in basso mentre dice “la preghiamo di attendere“.
Oppure quando “Preghiamo di prendere visione dell’informativa sulla privacy” (38 pagine scritte in arial 5 interlinea inesistente), o “del contratto” (ancora peggio), documenti che vanno per forza firmati per andare avanti con la richiesta. Qui ti pregano proprio perché tu desista dal leggere e metta subito quella firma.
Capito perché serve la scorta di candele? Perché oltre ai santi in riga, che incontri tutti i giorni, può capitare di trovarti davanti all’improvviso una serie di santi in colonna, quelli che accompagnano gli angeli che hai fatto scendere tu dal Paradiso dopo aver saltato volutamente una preghiera.
